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QUANDO IL PENSIERO SI COSTRUISCE UNA SUA REALTÀ

Scritto da Marino Massarotti (2015)

 

Anche se non è importante che se ne renda conto o meno, Licia Bertin con la sua pittura ci riporta, virtute sua, al Simbolismo, mondo artistico ipnagogico, tra sogno e realtà, carico di messaggi inesplorati da decifrare, simbolo dell'IO profondo.

La sua è in questo momento una pittura dove spazio e tempo sono azzerati, dove la luce del sole è diventata lunare, dove prevale una carica melanconica, in attesa di un possibile riscatto.

II grande protagonista è il silenzio, come nei sogni, che da un Iato tranquillizza la nostra anima ma dall'altro la incuriosisce. Vi prego di considerare che quasi sempre la pittrice pone nel suo azzurro liquido, che avvolge ogni cosa, un piccolo richiamo rosso relegato spesso all'esergo del quadro, che ci ricorda che la pittrice è ben conscia che al di fuori del suo sogno esiste pur sempre un mondo convenzionale che lei tuttavia ci pone in chiave surrealista.

Nel dipinto “Bilancia“ Licia riassume con un paradosso fisico il suo pensiero. Solo in assenza di atmosfera e gravità la piuma e il sasso si comporterebbero così, con uguale peso.

Quindi il suo mondo è al di fuori o al di sopra del mondo come noi Io conosciamo. Ma se il pensiero sostituisce la realtà allora tutto diviene possibile e “II conflitto tra materia e spirito e tra pensiero e istinto (tra il peso e la sua assenza, aggiungo io) si placa in un segno pittorico immateriale". Valorizzato, aggiungo ancora io, a una tempera finissima ed impalpabile.

Concludo con un ricordo di mitologia religiosa dell'antico Egitto che mi sembra degno di nota: la dea della giustizia Maat pesava con una piuma l'anima del defunto. Se il peso si equiparava, come Licia ci prospetta, l'anima era salva.

Un simbolismo da meditare anche e soprattutto da noi, uomini d'oggi.

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L'IMPERO DELLA LUCE

Scritto da Manlio Gaddi (2012)

 

Due cose colpiscono immediatamente l’occhio di chi, anche distrattamente, osserva le recenti opere di Licia Bertin: la luce ed il soggetto.

Me se nei giochi di luce, come in Primavera del 2011 visibile a fronte, è possibile valutare le competenze tecniche della pittrice nell’abile lavorazione dei fiori, nella vivacità e rispondenza dei colori e nella loro stesura, nel gioco del muro dello sfondo, nelle trasparenze del vaso di vetro, nella rilegatura in pelle del volume con il suo segnalibro, già segni indicativi di altre curiosità, è soprattutto nella visione misteriosa di un altro volume su cui poggia il vaso con i fiori: indicazione della ricerca artistica, e non solo, di Licia Bertin.

Si tratta indubbiamente di un volume di dimensioni notevoli, un in folio, antico anch’esso rilegato in pelle come quello più piccolo che vi è appoggiato vicino al vaso di fiori. Non è visibile il titolo o l’autore: spetta a noi che guardiamo assegnargli un contenuto. E se le pagine fossero bianche? Allo stesso modo spetta a noi assegnare un significato al contenuto delle opere di Licia Bertin.

Già da questa prima opera, dalla quale fra l’altro ha preso il titolo questa breve raccolta di osservazioni personali sul modus operandi dell’Autrice, dall’apparenza piacevolmente semplice, emerge il rapporto fra Licia Bertin e la sua arte, quello che non viene svelato ma solo timidamente suggerito è che le idee che l’artista sviluppa nascono da sue visioni personali: dai suoi sogni.

Ma cosa è il sogno? È una manifestazione psichica che ha luogo durante il sonno ed è caratterizzata da immagini, percezioni, emozioni che si svolgono in maniera irreale o illogica, svincolate dalla normale catena logica degli eventi reali, mostrando situazioni che, in genere, nella realtà sono impossibili a verificarsi. Il primo studio sistematico sull’argomento risale al 1900, quando Freud pubblicò: “L’interpretazione dei sogni”. Secondo lo studioso il sogno è la «via regia verso la scoperta dell’inconscio». Nel sonno, infatti, viene meno il controllo della coscienza sui pensieri dell’uomo e può quindi liberamente emergere il suo inconscio, travestendosi in immagini di tipo simbolico. La funzione interpretativa è necessaria per capire il messaggio che proviene dall’inconscio, in termini di desideri, pulsioni o malesseri e disagi.

Il sogno propone soprattutto immagini: si svolge, quindi, secondo un linguaggio analogico. Di qui, spesso, la sua difficoltà ad essere tradotto in parole, ossia in un linguaggio logico.

Il lavoro di Licia Bertin consiste quindi in una produzione figurativa che risulta più immediata per la rappresentazione diretta e visiva del sogno: i messaggi che le sono pervenuti dall’inconscio vengono trasferiti sulla tela trasformandoli in immagini. Ma i messaggi dell’inconscio sono sempre collegati alle nostre esperienze di vita quotidiana.

Quindi una produzione nuova, non una rivisitazione di luoghi o situazioni già trattate da altri autori. Vengono in mente le parole di Hans Arp a proposito del movimento surrealista: “Non vogliamo riprodurre, vogliamo produrre. Come una pianta che produce un frutto e non riprodurre. Vogliamo produrre direttamente e non transitivamente”.

Così guardando la riproduzione presente in questa pagina (belle tutte  le opere giocate sui toni del grigio, colore che permette di suggerire atmosfere e situazioni da tranquillizzanti ad inquietanti) la farfalla posata sulla briccola richiama la metafora di Lao-Tze: “Quella che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla” (Il libro della Via e della Virtù). (...)

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LICIA BERTIN

Scritto da Marino Massarotti (2009)

 

Stiamo seguendo da ormai qualche anno il notevole percorso artistico e culturale della pittrice Licia Bertin, itinerario che ripercorre, non esitiamo ad affermarlo, i passi storici della grande pittura del Novecento nel suo divenire sempre più complesso e consapevole.

Per uno di quei frequenti ma apparenti paradossi nel campo dell’Arte, la Bertin, pur sempre fedele a se stessa (e non potrebbe essere diversamente poiché la sua pittura nasce essenzialmente dal profondo del suo Io cosciente!) mostra tuttavia ogni volta una diversità anche evidente nei valori estetici della forma e soprattutto del contenuto. Sempre uguale e sempre diversa dunque! Da qui il nostro interesse immutato a confrontarci con le tematiche che ci chiama di volta in volta a giudicare. L’invenzione del mondo di Licia Bertin si é dunque ulteriormente evoluta facendosi più matura, assistita da una padronanza del mezzo tecnico di ormai altissimo livello nel disegno, nel colore e nel suo impiego sapiente per descrivere atmosfere e per richiamare sensazioni filtrate dalla sua ispirazione. Abbiamo sempre confermato, come appare evidente, che questa pittura ci risucchia in un mondo crepuscolare di colori freddi e immobili, con le stigmate del sogno proveniente dall’Io profondo della pittrice. E’ l’invenzione di un sogno che affiora per noi dalla sua mente (e molto spesso anche dal suo cuore). Quando ebbi ad apprezzarla, nel 2004, la definizione che diedi della sua opera rientrava in quella del simbolismo, a cavallo tra un realismo magico e uno fantasticodi sua specifica "invenzione”. Citando la letteratura simbolista classica scrissi infatti che: "...vi era un conflitto tra pensiero e istinto, tra materia e spirito, che si placa in un segno pittorico immateriale steso come se il pensiero sostituisse la materia". (...)

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HANNO RACCONTATO DELLE SUE OPERE:

 

Carla Rugger

Giuseppe Siccardi

Piera Piazza

Alessandra Possamai Vita

Albino Spessato

Giampietro Cudin

Francesca Mariotti

Gianmatteo Cudin

Aurora Gardin

Carla D'Aquino

Lidia Mazzetto

Gabriella Niero

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